
Fu al cinema quando per la prima volta ci esaminammo senza particolare simpatia, ma provando uno strano senso di solidarietà: in quel momento registrammo la nostra rispettiva solitudine.
In fila, tutti stavano a due a due. Coppie di giovani amanti, sposini, genitori figli, nonni con nipoti. Tutti, chi per mano, chi a braccetto, si stringevano gli uni agli altri in quel comune, ma indispensabile contatto. Solo le nostre mani erano libere, sciolte da qualunque legame. Mani da sempre estranee al contatto fisico al punto di rinunciarvi per sempre, preferendo trovar rifugio nelle tasche.
Eravamo soli, consapevoli della nostra solitudine. Fu sofficiente una seconda fugace occhiata, un incrocio di sguardi. Nei suoi spenti occhi, come tra le pagine di un libro, potevo leggere la storia della sua e della mia vita miscelate insieme da una penna impacciata che, mossa da compassione, donava ai suoi personaggi l’unica opportunità di guadagnare spessore. La distanza che seperava le nostre banali vite, venne annientata . Ci legammo l’uno all’altra. Eravamo un tutt'uno.
Attraverso quel contatto seppi tutto di lei. Potei scrutare la sua anima ad un livello così intimo che mi sentii colpevole per aver profanato quei fragili territori che tutti celiamo nel profondo e ai quali impediamo a chiunque di accedere.