Chiamatemi il Male.
Sono il villain del dramma teatrale.
L’antieroe che dovete e volete detestare. La figura odiosa e spregevole. Colui che disprezzate perché rappresenta tutto ciò da cui avete imparato a tenere le distanze. Sono l’anti-modello. Sono io, il vostro capro espiatorio.Quello su cui puntare il dito, da cui distinguersi.
Senza di me, voi non sareste nulla. Vi sono indispensabile perché se non ci fossi non sareste capaci di definire voi stessi. Lo sapete, e non siete abbastanza forti da sopportarlo. Avete un assoluto bisogno di me, ma io di voi posso fare a tranquillamente a meno.
E’ per questo che sono io a sedere sul trono del mondo. E' per questo che è mio, e non vostro, il potere di controllarvi.
Esattamente alla solita ora da cinque anni a questa parte, la sveglia si scatena. Ogni santo giorno mi tormenta con quel suo fastidiosissimo trillo, ed ogni santo giorno mi riprometto di disfarmene. Arrivo persino a minacciarla verbalmente: “Questa me la paghi, stronza!” le urlo contro, ma lei resta lì, immobile ed insofferente ad ogni lamentela ed insulto. Sembra quasi fissarmi con aria di sfida. So che ci prova gusto e per questo la odio.
LA ODIO. Odio con tutto me stesso ogni singolo ingranaggio che compone i suoi diabolici meccanismi.
Il quadrante è insignificante: completamente bianco, non presenta traccia di un qualunque, anche del più misero, tentativo di abbellirlo. Non un disegno, una scritta. Niente. Non riporta nemmeno i giorni della settimana. Ci sono solo le lancette. Come due sottili frecce nere impegnate nel perenne inseguimento di una dell’altra e destinate a vedersi beffare ogni volta che si sovrappongono solo per riallontanarsi, la lancetta dei minuti e quella dei secondi quasi non si distinguono l’una dall’altra. Quella delle ore, invece, è tozza e rossa come il sangue. Tronfia si muove in circolo senza badare alle altre due, consapevole che è lei a fare la differenza: è da lei che l’allarme riceve ordini ed attende un suo segnale per scattare.
Chiara, una cara amica, dopo aver letto il mio post “Spezzare gli equilibri”, lo ha riletto, commentato e criticato, facendo un lavoro enorme e di certo non risparmiandosi. Pubblico allora qui di sotto il suo lavoro, sperando di guidarvi in una lettura più critica del post, e perché ricevere trattamenti del genere fa sempre piacere!
Per prima cosa, Chiara ripropone il testo con delle piccole modifiche di sintassi e nuovi dislocamenti per alcune parti del pezzo.
ANALISI DEL TESTO
[a] Eravamo al cinema quando per la prima volta ci esaminammo senza particolare simpatia, ma provando uno strano senso di solidarietà; fu in quel momento che registrammo, attraverso una breve occhiata, la nostra rispettiva solitudine. In fila tutti stavano a due a due. Coppie felici di giovani amanti, sposini, genitori con i bambini, nonni con i nipoti. Tutti, chi per mano, chi a braccetto, si stringevano gli uni agli altri. Solo le nostre mani erano libere, sciolte da qualunque legame, da sempre estranee al contatto fisico al punto di smettere di bramarlo, preferendo rifugiarsi nelle tasche. [a]
Eravamo soli, consapevoli della nostra solitudine.
[*]Bastò una seconda rapida occhiata, un incrocio di sguardi, per percepire che in quell’attimo le nostre vite venivano intrecciate dalla mano di uno scrittore impacciato, il quale, smosso forse da compassione, stava donando ai suoi personaggi, quell’unica opportunità di risollevarsi dal piattume. In quel momento di eternità le nostre vite ci apparvero nella loro interezza e banalità, annientarono la distanza che ci separava e ci legarono l’uno all’altra in un modo completamente diverso rispetto agli altri.// Nei suoi spenti occhi, come in un libro aperto, potevo leggere la storia della sua e della mia vita.[*]Potevo scrutare la sua anima ad un livello così intimo che mi sentii colpevole per aver profanato alcuni di quei fragili territori che tutti celiamo nel profondo e ai quali impediamo a chiunque di accedere. Sapevo dell’inesistente rapporto con i suoi genitori e di come non si accorgessero di lei, se non quando necessitavano di qualcuno su cui scaricare addosso i problemi della famiglia. [b]Sapevo che ogni notte prima di addormentarsi desiderava svegliarsi altrove, in un mondo sconosciuto, diverso dal suo, e che invece il disgusto si impadroniva di lei quando, appena sveglia, riconosceva il soffitto della camera ed in preda al senso di nausea vomita nel secchio posto di fianco al letto. Sapevo di quello che provava quando, entrando in classe, osservava dalla porta il suo banco, isolato in fondo alla stanza senza nessuno vicino e dell’imbarazzo di dover passare in mezzo ai suoi compagni senza essere degnata di uno sguardo. Sapevo infine che aveva smesso di guardarsi allo specchio per paura che anche la sua immagine riflessa potesse un giorno voltarle le spalle e sfumare nel vetro, lasciandola completamente sola. Sola come ero io. [b]
Vivere la sua vita, percepirne il dolore come se fosse il mio,stabilì un collegamento al qualenessuno dei due poteva più sottrarsi:eravamo in balia di noi stessi e dell’altro senza poter fare nulla per svincolarsi. Allo stesso tempo però percepivamo un senso di sicurezza mai provato prima. Capire che esisteva nel mondo una persona alla quale affidare completamente ogni particella del proprio essere ci dava una nuova speranza.//
***
Non riuscivo più a respirare. Le mani mi sudavano e stringevano con forza la stoffa interna delle tasche, compulsivamente. Mi sentivo svenire e le orecchie mi ronzavano come se la testa mi si fosse completamente svuotata.
Improvvisamente tutto, all’interno del cinema, si immobilizzò. Un silenzio mortifero dissolse in un istante ogni suono e rumore. Le risa della gente che poco prima risuonavano come trombe nella hall si spensero completamente. Le voci si ammutolirono.
Come parte di un unico essere, tutti si voltarono verso di noi con occhi accusatori. Il legame che io e lei avevamo con arroganza stabilito, metteva il loro, fatto di strette di mano e abbracci, su un piano inferiore. Tutti quei gesti di affetto si indignavano di fronte alla nostra sfrontatezza. Ogni coppia si lanciava sguardi di intesa e tornava a rivolgersi a noi con via via maggiore severità. Dovevamo essere puniti. Voci di bambini sussurravano ad orecchie paterne o materne che non dovevamo fare così, che i loro gesti innocenti dovevano valere di più. Coppie di anziani spifferavano tra i denti ingialliti che il loro amore, duraturo da moltissimi anni, non doveva assolutamente subire il confronto con il nostro. Giovani coppiette ci squadravano con disprezzo mentre si prodigavano in volgari baci sul collo, abbracci e palpate di ogni genere per accogliere il favore di chi la pensava come loro e mostrarci come si doveva fare. Dal corteo si levavano voci urlanti: “Chi vi credete di essere voi?”, “Voi non sapete un cazzo!”, “Sì! Siete solo due sfacciati!”, “Chi vi da il diritto di metterci in ridicolo?”.Non sapevo che fare e rimanevo fermo, immobile, mentre venivamo circondati. Le urla si facevano sempre più forti, e gli animi si scaldavano. La nostra offesa metteva in crisi un sistema di equilibri troppo radicato nei rapporti e che non ammetteva di essere messo in discussione per un unico caso, per quanto eccezionale. Era necessario estirpare il problema alla radice.
Mi sentii, per la prima volta nella mia inutile vita, disposto a combattere per essa; //ma quando mi voltai verso di lei, le forze e tutta quella nuova determinazione, mi abbandonarono.
Se ne stava immobile, scura in volto, mentre lo sguardo basso fissava il suolo. Le mani erano strette in saldi pugni e le braccia in tensione tremavano parallele ai fianchi. [c]Singhiozzava e le lacrime le rigavano il viso rosso per la vergogna.
In un lampo mi si avvicinò a pochi centimetri e mio fissò con gli occhi ancora lacrimanti, ma che bruciavano dentro – “Perché mi fai questo? Ti prego, lasciami sola…” – “Mi dispiace,” – dissi con voce rotta – “ma non posso…” – “Perché? Cosa ti ho fatto?” – “Io ti amo…”. Sentendomi pronunciare quelle parole esitò: per un attimo i suoi occhi assunsero l’espressione più dolce che avessi mai visto e le labbra sottili le disegnarono sul viso un fragile sorriso. Distolse dai miei i suoi occhi e mi colpì al volto con uno schiaffo. Solo allora mi baciò.[c]
***
Quando riaprimmo gli occhi tutto era tornato alla normalità. Ci guardammo intensamente e, mentre ci scambiavamo quel secondo ed intenso bacio, di una cosa eravamo certi: non saremmo mai più stati soli.
COMMENTO
Ciao Mattia!
intanto scusa il ritardo: finalmente ho messo le mani su un computer degno di questo nome! ;) Premetto che tutto, critiche commenti modifiche, sono impressioni dettate solo dal mio modo di sentire e che quindi sono sostanzialmente relative.
Inoltre, nel momento in cui si parla d’amore, tendo a diventare più scettica e pignola. Siamo costantemente drogati d’amore: canzoni, libri, film trovano in questo argomento universale e bistrattato la loro ragione d’essere e, soprattutto, di essere venduti. Tutti pretendono di saperne parlare, ma troppo spesso il risultato è solo un amore con la a minuscola, anonimo, superficiale, banale, che si muove su schemi predefiniti o comunque prevedibili, patetici e rassicuranti.
Quindi non te la prendere se sono ipercritica, è anche l’argomento che aiuta..;)
Cominciamo col dare un senso ai colori:
-di fucsia ho evidenziato le frasi che ho modificato leggermente (punteggiatura, sintassi..)
-di giallo quelle che ho spostato;
In particolare nel punto * mi sembrava che anticipassi un concetto creando un leggero “disordine logico” . Mi spiego meglio: la successione logica sarebbe:
sguardoà mescolamento vite/annientamento distanzeà lettura attraverso gli occhi di lei della vita di lei (o di lui).
nell’originale invece sembrava:
sguardoà lettura nei suoi occhi della vita di lei (di lui)à mescolamento vite/annientamento distanze.
(…..dettagli!)
-di verde ho evidenziato le frasi che ho trovato ridondanti, che tendono a calcare troppo concetti che ottengono unicamente un effetto di pateticità….diciamo un “effetto Moccia”.
Il “punto a” insiste esageratamente sul contrasto compagnia/solitudine.
Il “punto b” esaspera la situazione della ragazza.
Il “punto c” è la tipica scena da romanzetto rosa, è la parte in cui mandi definitivamente a puttane un’idea che potrebbe essere sostanzialmente buona.
-di azzurro ho sottolineato la parte che mi ha dato più problemi dal punto di vista dei contenuti e che quindi non ho ritoccato a livello formale per paura di alterarne il senso.
Il testo perde progressivamente di credibilità: da una prima parte realistica e verosimile - parte1 - (due ragazzi soli al cinema, un incrocio di sguardi, la consapevolezza di essere nella stessa dolorosa situazione, e quindi la solidarietà, il sentirsi vicini, uniti) si arriva ad una situazione sempre più onirica - parte 2 e 3 - (la dichiarazione del ragazzo di poter leggere nella mente di lei, l’attacco da parte della gente del cinema). Poi, in un bacio, l’incubo finisce: il protagonista chiude gli occhi e tutto torna alla normalità – parte 4 – [le diverse parti a cui Chiara si riferisce si riconoscono visivamente guardando il post originale N.d.a.]
L’idea di fondo potrebbe essere sostanzialmente buona ma il modo in cui la sviluppi, lascia spazio a diversi aspetti problematici. Una prima ambiguità – vedi parte 2 - è legata al fatto che il protagonista parla in prima persona: il lettore è quindi portato a presuppone che il ragazzo, non potendo realisticamente vedere nella mente di lei, riporti semplicemente delle impressione, delle fantasticherie. D’altro canto, il testo suggerisce la sensazione di essere di fronte ad avvenimenti concretamente avvenuti e non solo frutto della mente del protagonista, quasi come se quest’ultimo fosse dotato di poteri paranormali (cosa non esplicitata). In altri termini: di fatto non ci sono elementi, aldilà della parola del narratore stesso, che assicurano la biunivocità di questo legame e la fondatezza di ciò che viene identificato come “pensieri della ragazza”. Infatti non c’è la certezza di poter escludere di essere di fronte a un trip mentale del protagonista e che quindi egli stesso stia proiettando nella vita di lei la sua vita, i suoi problemi, la sua solitudine.
Il punto è che non riesci a gestire al meglio l’ambiguità, potenziale elemento di forza che finisce invece per ritorcertisi contro, mantenendo il racconto in un limbo informe che non trova il punto di svolta: non intraprendi nettamente la strada del surrealismo (perché letto in questo senso, il testo mancherebbe di scopo –non si regge in piedi infatti la critica alla società-), né quella del trip mentale (perché sviluppi troppe pretese di realismo), né del realismo (perché è troppo elevata la carica onirica). Insomma, il testo non lascia nulla in mano.
Potresti ottenere una maggiore verosimiglianza sostituendo al narratore in prima persona, uno in terza persona, esterno e super partes, che avrebbe quindi il pieno diritto di indagare la mente dei personaggi e potrebbe pretendere di conoscerla a fondo; ma anche in questo caso ti scontreresti con il vuoto di senso generale e in particolare relativo alla terza parte.
Se invece, calcassi maggiormente l'idea del viaggio mentale, arriveresti a un ritratto psicologico del protagonista ben più definito e daresti un senso alla terza parte. Mi sto ri-immaginando tutto così: il ragazzo, solo, insicuro, fragile, abituato all'invisibilità, vede minacciato quell'unico attimo di serenità che lui stesso ha creato. La gente del cinema (simbolo degli Altri, che, per esperienza, il protagonista sa essere spesso causa della sua infelicità -vedi parte2-), come un branco di belve senza volto, lo accerchia con l’intenzione di distruggere il suo attimo immenso.
Ma perché questo silenzioso e discreto contatto dovrebbe risultare al resto del mondo così evidente, così palese e così disturbante da convogliare su se stesso l’attenzione degli Altri solitamente storditi dal menefreghismo? Semplicemente perché è tutto un gioco della/nella mente del protagonista: desideri e paure si mescolano, fondono i lori contorni, diventano le mille facce di una realtà non più univocamente definibile.
Innanzi tutto, questo legame rappresenta per il ragazzo un’illusione di felicità così grande e così fragile da volerla custodire, nascondendola ai suoi nemici. Freudianamente però il terrore di non riuscire nell’impresa lo attanaglia e ciò che ha creato con la ragazza finisce per risultare tanto sfolgorante da non poter non essere notato…un incubo.
Se da un lato quindi questa visibilità è involontaria, dall’altro, però, è il protagonista stesso a voler che la gente noti questo momento, quasi si trattasse di una sfida alla società. Egli infatti sente il suo legame con la ragazza diverso da quelli intrecciati dalle altre persone, più profondo e più vero. In questo attimo trova una sua forma di realizzazione e di riscatto, mettendo in discussione i valori della società da cui si sente messo da parte; valori che da escluso ha sempre e solo visto come superficiali e falsi, quasi a voler sopravvivere al suo isolamento. Una critica sostanzialmente relativa, quindi, e dettata da una profonda frustrazione. Risulterebbe altrimenti superficiale e non ben motivata un’invettiva generalizzata contro la società, banalmente ritenuta incapace di provare affetto sincero. È in questa forma di ribellione che il protagonista trova quasi lo slancio per affrontare gli Altri e combattere per la vita.
Ma poi di nuovo fa capolino la paura – parte 4-, il terrore di vedere negli occhi di lei il rifiuto e la conseguente vittoria dei suoi “nemici”. La conclusione è resa ancora più onirica dal fatto (desiderio?) che sia lei, avvicinandosi, a sbloccare la situazione. Non mi convince assolutamente, però, il dialogo, lo schiaffo e il bacio, schema sentito già troppe volte e sostanzialmente banale. Si arriva quindi al finale e definitivo ritorno alla realtà: le persone spariscono, riassorbite dalle rispettive esistenze, e….loro vissero a lungo,insieme, felici e contenti..sinceramente? ..naaaaaa!!!!
……..nota positiva: l’incipit è spettacolare! Immagino sia la parte più curata…=P Incisivo, diretto, essenziale. In appena due frasi immergi chi lo legge nel pieno dell’azione e soprattutto delle emozioni!
Mettiamo il caso che un giovane, di età compresa tra i 19 e 27 anni, oggi decida che forse la società e l'ambiente in cui vive, per un motivo o per l'altro, non gli va a genio e decida di impegnare il proprio tempo libero, e pure un po' di quello che già dedica ad altro che ritiene importante (magari gli studi, il lavoretto per mantenerli o quello stabile che gli garantisce un fututo, le compagnie e gli amicizie sempre importanti a questa età, la fidanzata del momento o quella con cui forse passerà il resto della vita), per partecipare e collaborare ad iniziative collettive o individuali, per migliorarli.
Certo, il contributo che potrà offrire nell'immediato non sarà sufficiente abbastanza da portare chissà che modifiche profonde, ma nel suo piccolo lui ci prova, che intanto qualcosa fa e questo basta per sentirsi soddisfatto, lui che fino ad ora non ha mai fatto molto.
Questo nostro eroe ora inizia la sua avventura!
"Che posso fare?" è la sua prima domanda. Apparentemente un ostacolo insormontabile, che non solo non lo demoralizza, ma lo sprona, perché, guardiamoci intorno, di cose da fare ce ne sono un sacco. Bastano due passi per il proprio paese, chiacchierare due minuti con un amico, che anche lui qualcosa sa come farla e c'ha pure qualche idea non male, un'occhiata di intesa e la collaborazione è stretta, ci troviamo carta e penna, e buttiamo giù due idee, ok? Ok!
Riunione: Cosa non funziona? Beh, questo e quello, lo sai anche tu che così le cose non vanno bene e a me piacerebbe così, anche a me, hai scritto? sì. Cosa manca? Beh ti ricordi quando siamo andati a vedere quella cosa, non sarebbe male averla anche qui, no? No, anzi, allora scrivo. Scrivi. E se pensassimo anche di fare questo? tizio mi ha detto che lì da lui prima non c'era niente e adesso lo vedi che funziona bene, che ci mettono l'anima. Già, anche noi ci mettiamo tutto. E allora facciamolo!
Insomma, come vedete le idee non mancano, anzi, ora i due sono carichi come non mai , stanno finalmente partecipando a qualcosa che è un po' più grande di loro e ciò li entusiasma, forse anche troppo, di sicuro abbastanza da sparare fin troppo in alto, ma sognare non costa nulla e immaginando si parte già bene.
A questo punto i due eroi sanno dove è giusto intervenire, forse alcuni aspetti fondamenteali un po' gli mancano, magari qualcosa se la perdono per strada (anche volutamente per non rovinare la gioia del momento) e tirano dritto, avanti per la loro strada, come un treno che dopo anni di stazionamento finalmente si lancia nel binario giusto.
Forse la cosa sta acquistando più o meno forma, no? Sì, e parlarne con gli altri, lo abbiamo visto, ha fatto bene, tanti si sono pure coinvolti attivamente. Gli amici ora non sono solo la compagnia con cui impegnare le serate, ma anche nuove forze che si uniscono, come piccole gocce che diventano mare, perché in fondo le cose le vedono un po' tutti allo stesso modo e da sempre: sono cresciuti assieme e insieme continueranno, è questa la realtà del paese.
Poco a poco, quello che partiva così, con la semplicità dell'igenuità, se vogliamo, comincia a giocare un brutto scherzo alla nostra compagnia di eroi, che si convince sempre più (osservando meglio le cose e cogliendo piccoli segnali intorno a loro) che la loro generazione farà la rivoluzione, ci vuole solo ancora un po' di tempo e forse la causa per cui si combatte potrebbe diventare qualcosa di più che un'utopica speranza.
La percezione della loro inaspettata presenza nel bucolico paese, che inizialmente aveva suscitato interesse e curiosità nella loro gente, presenza a volte vista con sincera ammirazione, altre volte meno, ora sembra essersi un pochino modificata, alterando un po' la sua forma e passando prima dal disinteresse (che magari abbassano i toni, o si stancano e insomma la smettono) al bisogna intervenire e "fare qualcosa".
La partecipazione, scoprono i nostro novelli, inevitabilmente finisce per pestare qualche piede e comunque meglio prevenire e non dargliene l'occasione, ché farsi beccare con le brache calate non piace a nessuno, soprattutto se poi bisogna dire "si sta quasi più comodi senza". Prova te a far capire loro che no, non sono interessato a soffiarti il posto, a screditare te e la tua politica; che no, non voglio nemmno fare quello che faccio per ottenere un riconoscimento che vada oltre l'apprezzamento per l'impegno che ci metto e cazzo, stai sicuro che ce ne metto un sacco; che puoi pure stare tranquillo che non ti remo contro come pensi ecc, ma tanto non capiscono, è tutto inutile. E non pensate invece che quello per cui combatto debba in qualche modo favorirvi mettendovi belli belli sotto un riflettore: non voglio seguirvi, non l'ho mai fatto, chi o cosa vi ha indotto a pensarlo? Vuol dire che non mi avete capito dall'inizio, o che non ci avete nemmeno voluto provare!
Ecco, gli eroi sono costretti a subire quel processo che prima o poi tocca a tutti quelli che lasciano intendere di non voler essere ammaestrati, che non c'è un bastone che faccio meno male di un altro, e che nemmno cambia a seconda dalla mano che lo impugna; e così la causa ha inizio come pure la messa a morte.
In fondo la colpa è stata di quel giovane, ma che ci può fare se ogni tanto anche a lui piace sognare, e quanto bello è pensare di poter svegliarsi e sapere che non solo è reale, ma che se lo è lo è anche per merito proprio! Forse è stato il suo egoismo, la sua integrità che non gli ha permesso di sporcarsi almeno un po' le mani con il marcio che c'è e che tutti si aspettano uno condivida con loro, a rovinare tutto, ma che volete?, a lui piace essere libero, non migliore, ma libero di adattarsi all'ambiente che preferisce e di modellarlo per starci un po' più comodo. Purtroppo però oggi è tutto etichettato o etichettabile, e di conseguenza strumentalizzabile, anche la libera espressione, e se questa malauguratamente non coincide con la loro, la colpa è solo di chi la professa, perchè forse non ha capito come vanno le cose e, se lo ha capito e ha combattutto per cambiarle, sta sicuro che lo ha fatto per i suoi interessi e non per i nostri o per i loro.
L'unica cosa che resta è il sogno, almeno in quello non solo si può partecipare, ma si è chiamati a farlo!
“Immaginate ora un uomo vittima del Pensiero; di un quell’unico irresistibile pensiero che giorno dopo giorno si fa sempre più insistente; pensiero che muta in ossessione e che si sostituisce ad ogni altro; pensiero che si fa carnefice e che concede alla sua vittima la sola consolazione di non essere più lasciata sola; pensiero che come un cancro si impadronisce della mente del pensatore, ed insieme ad essa del suo corpo e della sua vita… Ma se ora, quell’uomo, compisse l’unica scelta possibile: deporre le armi ed inginocchiarsi davanti al suo terribile avversario, decidendo di rimettersi al suo volere; se questo uomo si immolasse come l’agnello sacrificale conscio della sua scelta; se fosse lui ad imboccare quella strada verso la perdizione; non manterrebbe forse quel piccolo dominio su se stesso, ed insieme ad esso la possibilità di salvarsi? Immaginate…”
Ciao, come va? A cosa ti riferisci? Niente in particolare, era solo un modo per buttare lì una cosa, per fare due chiacchere... Adesso sei contento? Come? Dico, adesso che possiamo dire di aver fatto due chiacchere, ti senti contento? Sei soddisfatto? S-sì, credo... Quindi tutta questa conversazione è stata inutile? Perchè devi fare così? Così come? Così! Ah, intendi dire perchè devo dimastrare quanto sia patetico il silenzio tra due persone e di quanto lo sia altrettanto ogni futile tentativo di venire fuori dall'imbarazzo di quel silenzio? Intendevi chiedermi che senso aveva rispondere "così", al tuo sensato tentativo di dimostrare che è impossibile per due persone sentirsi sole quando si sta a 2 metri di distanza? Cercavi forse, con parole così vaghe, di intavolare un qualsiasi discorso superficiale che ci avrebbe inevitabilemente condotto a riflettere su questioni più profonde del "quanto sopportiamo le nostre vite in questo momento", mettendo a nudo i nostri pensieri più intimi e riflettere sulle nostre esistenze? B-beh...io... Perchè se era questo che intendevi... ? ...non mi va tanto bene...
Stanotte ho fatto un sogno triste. Mi capita spesso ultimamente. Sarà per il troppo caffè, ma non riesco a rinunciare a quell’aroma amaro e deciso che mi ricorda, ad ogni breve sorso caldo, quello che non sono.
La giornata era bellissima, una di quelle giornate autunnali che non si sono dimenticate dell’estate appena trascorsa e che, con il loro cielo terso sgombro di qualunque nuvola, ancora riscaldano abbastanza da permettere ad un intero bucato di asciugarsi al sole, risparmiando una notevole fatica ad ogni brava madre o single che abbia l’iniziativa di stendere i panni la domenica. Santino, un nome come un altro per ogni buon cristiano, ma dal primo giorno di scuola elementare profondamente odiato dal suo proprietario, trascorreva questa bella giornata seduto al computer, concentrato nel destreggiarsi abilmente al videogioco del momento. Vinceva, si divertiva, ma sentiva freddo. Suo fratello, minore per età, ma molto più maturo e intraprendente di carattere, suonava la chitarra in camera senza troppo preoccuparsi delle note mancate e dondolando su e giù, a destra e a sinistra, la testa, seguendo il ritmo del suo spartito mentale. E così la mattina passava velocemente per entrambi. Forse un po’ meno per la madre che, poveretta, la trascorreva tra detersivi e stracci, pulendo a fondo casa, non avendo il tempo per farlo durante il resto della settimana. Anche nel giorno in cui il Signore si prese una piccola pausa, lei lavora. Lavora duramente lei, sempre. Lavora per se stessa, per i figli e per tutta la famiglia. Fa tutto e non esagero nel dire che con tutti i suoi sforzi, lei sola regge sulle spalle l’intera famiglia, magari non economicamente, a quello ci pensa il marito, ma tutto il resto su cui questa piccola grande società si basa. Il sogno ora sembra un attimo offuscarsi e sbiadire come un dipinto a tempere sul quale viene lentamente versata a poco a poco l’acqua di un bicchiere. Il soggetto rimane sempre lo stesso, ma la sensazione di pace che trasmetteva prima si affievolisce: le pennellate un poco si mischiano tra loro, i contorni, non più tanto netti, perdono la loro linearità e contemporaneamente la loro capacità di distinguere le forme, i colori sono ora un po’ più freddi e anche la luminosità lascia posto ad un più malinconico effetto di intorpidimento. Ora la famiglia non sembra più così felice. Il freddo si fa sempre più strada e attacca Santino alle mani e ai piedi costringendolo ad abbandonare più volte il suo gioco per strofinarseli e scaldarseli solo per soffrirne ancora di più una volta terminato il breve trattamento. Anche Marco sente freddo alle dita e questo lo impaccia nell’esecuzione: le corde non sono più pizzicate bene come prima e l’effetto non è più così piacevole a sentirsi e, nonostante la testa perseveri nei suoi movimenti ondulatori, i lineamenti del volto che prima esprimevano armonia, ora vengono deturpati dalle strizzate d’occhi e dagli arricciamenti delle labbra ad ogni errore commesso. La madre invece è fuori in cortile a raccattare stancamente i panni stesi, che rischiano, per la troppa umidità e l’improvvisa sparizione del sole dietro a qualche nuova nuvola, di dover subire un nuovo lavaggio. Ora siamo nella cucina, all’ora di pranzo. Il pasto è servito e, come al solito, inizierà in assenza del padrone di casa, che pranzerà un po’ più tardi dopo essere rientrato dal lavoro. In casa c’è di nuovo pace. Si mangia e si scherza con facilità quando si è solo noi tre. L’aria di complicità purifica la stanza e sostituisce la malinconia che ti assale se provi a guardare il cielo troppo bianco. Il rumore del motore, ormai immediatamente riconoscibile, precede il suo arrivo, ma questa strana nuova sensazione si fa più pesante una volta che dalla finestra si vede arrivare la macchina che entra direttamente dal cancello, precedentemente aperto, e imboccare il vialetto di casa. Si aspetta ancora un poco, senza sollevare le posate dal piatto e una volta che lui entra si sentono mormorare dei tenui “buongiorno”, tranne la mamma che tiene un tono leggermente più alto, e che sembra quasi troppo forte in mezzo a quel silenzio imbarazzante. E poi succede, lui si mette a tavola e non è più come prima. Ora si ascolta per davvero la tv, ci si finge interessati o ci si interessa sul serio. Le pietanze preparate non sono più buone come prima, ora servono solo a riempire lo stomaco. Le posate improvvisamente hanno smesso di far rumore, non si appoggiano nemmeno più, sfiorano il tavolo e infilzano delicatamente il cibo. Nemmeno i bicchieri si riempiono più fino all’orlo, ci si limita a versare quel tanto di acqua, anche solo un goccio, che ti serve per toglierti la sete, nonostante il palato rimanga asciutto. E finiscono così il pranzo, la cena, tutti i pasti di tutti i giorni. Ci si alza da tavola e si va a lavarsi i denti, senza preoccuparsi se c’è chi ancora deve finire. Una volta alzati dalla sedia si è finalmente liberi e basta solo aspettare che anche lui finisca, perché una volta finito, si alzerà e si andrà a chiudere nel salotto o in camera per i fatti suoi, e allora si potrà ricreare nuovamente l’atmosfera andata perduta per quei 20 minuti, e che durerà tra noi tre nonostante le immancabili sue incursioni in cui ci intima di abbassare il tono della voce, o di ridere più piano, perché non riesce a seguire la tv e se ne andrà sbattendo tutte le porte che lo separano da noi…ma in fondo questo ci allieta.
E’ così che il sogno finisce. Decido che posso finalmente alzarmi dal letto su cui ho passato disteso tutto il pomeriggio cercando di distrarmi e pensando ad altro per non sentire loro che parlavano a voce troppo alta, perché la cosa potesse sembrare solamente quotidiana. Devo essermi addormentato… Vado in cucina e trovo la mamma che piange, “se ne è andato!”, mi dice, “ora siamo solo noi tre…!”. Io mi volto, un sorriso si allarga sulla mie labbra. “Spero che questo non sia un sogno”, ripeto tra me.
Che gioia… Lo dico davvero e lo ripeto: Che Gioia!
E invece no… Ormai non riesco più a capire nulla. Qualunque stimolo mi è completamente indifferente e niente, proprio niente è più in grado di tirarmi fuori da questo pozzo nero nel quale spanna dopo spanna mi sono calato… Sto male, sto bene; non riesco più a capirlo. La mia mente è vittima di una confusione che neanche la stanza di un adolescente disordinato: è piena di oggetti, di ricordi, di sogni, di aspirazioni, di dolori…soprattutto di dolori…ma non è più possibile riordinarla, ormai tutto è fissato, bloccato nel suo spazio e ricoperto dal proprio strato di polvere; e io non me la sento di spostare nulla, anche solo di spolverare, perché so che mettere le mani in certi posti può rivelarsi molo doloroso. Non riesco a spiegarmi, non so nemmeno cosa voglio dire. Quello che so però è che non posso fare altro che continuare, continuare a farmi del male. Devo essere scemo, non ci sono altre spiegazioni! Devo essere uno scemo per non riuscire a comprendere anche io quello che così istintivamente hanno capito tutti gli altri per essere così diversi da me…Perché non posso essere anche io come loro? Perché per una volta non posso stare come stanno gli altri e smettere di essere me stesso?
Perché?
Odio il modo in cui questa terribile domanda “Perché?” possa essere posta all’infinito! So benissimo che tutti hanno i loro problemi, i loro momenti bui, eppure sono convinto che nessuno li viva come li vivo io, e allora perché io non posso soffrire come loro? Devo essere di certo impazzito! Questo continuo e terribile sentimento di frustrazione deve aver condotto la mia mente in un luogo malsano, in una zona paludosa, ed ora non sono più in grado di ritrovare la strada che mi ci ha condotto, perché da persona stupida quale sono non ho prestato attenzione nell’individuare o nel lasciare lungo il triste cammino dei punti di riferimento (chessò, magari seminando briciole di pane, oppure incidendo la corteccia di qualche albero). Sempre più oggi invece mi sto convincendo di non aver intenzionalmente prestato attenzione, perché inconsciamente io volevo perdermi, raggiungendo ad occhi serrati un luogo dal quale difficilmente sarei riuscito ad uscire…e devo dire di esserci riuscito: missione compiuta?
Ma chi voglio prendere in giro? La risposta la conosco: Me stesso!
E’ tutta la vita che lo faccio, da sempre l’unico obiettivo che la mia mente, aiutata dall’immaginazione, si è proposta, è stato quello di mentire, di mentire a l’unico essere al mondo che conosceva la verità: Io. E’ un concetto estremamente difficile da spiegare ma cercherò di farlo, e forse questo mi aiuterà a migliorare la mia situazione, o a peggiorarla ulteriormente, a seconda di chi io sia in questo momento… Io non esisto più, di questo sono convinto (lo so!); forse un tempo sì, magari fino ai 10 anni, ovvero di quel periodo di cui ormai, lo giuro, non ricordo quasi nulla: a voi sembrerà incredibile, ma io se provo a pensarci, anche intensamente, non ho praticamente nessun ricordo del mio io fisico ed emotivo, a parte qualche flash! Lo so, vi sembrerà assurdo, ma ogni volta che penso a me da piccolo mi vengono in mente solamente le parole con cui i miei familiari mi descrivono o le solite 3 o 4 foto che vedo costantemente girovagando per le stanze di casa mia; per il resto sono solo istanti, piccoli estratti emotivi, sensazioni legate a qualche cosa che mi è capitato di cui mi sono oscure le dinamiche. Mi rendo conto che questa possa ricordarvi la trama di un banale film, e di certo il cinema ha influenzato non poco la mia vita, forse più di quanto io (?) non sia disposto ad ammettere, ma quello che provo ora è come fosse in risultato di un tentativo di intrusione da parte di una qualche forza, che ha rimaneggiato con i miei ricordi e che ha fatto casino; solo che mentre il cinema ci ha abituato, con le sue trame fantascientifiche, all’idea che queste intrusioni fossero opera di altri, magari camici bianchi senza scrupoli, demoni infernali o chissà che altro, nel mio caso, sono convinto di conoscere l’identità di questo maledetto invasore: un tale che risponde al nome di Mattia Gazziero. Sono stato io che con la mia immaginazione sono arrivato a scavare così a fondo dentro di me per capirmi e comprendermi, da realizzare di non piacermi, e che poi, come un restauratore senza scrupoli, o uno speleologo che dopo aver fatto la scoperta del secolo la vuole tenere solo per se privandola a tutti gli altri, quando è arrivato il momento di tornare in superficie ha preferito modificare la conformazione naturale delle mie celluline cerebrali a suo piacimento e diletto. Sono sicuro che deve essere stato un lavoro piuttosto duro (anzi, sono convinto di non aver mai lavorato tanto in vita mia), in quanto in questa opera di ristrutturazione ho compreso come non fosse sufficiente semplicemente modificare le cose, ma fosse altresì allo stesso tempo necessario fare in modo che il processo non si esaurisse lì, ma continuasse indipendentemente per il resto della mia esistenza…
…e così è stato!
Ha funzionato: io che non volevo più vestire i miei panni ho trovato il modo di ingannarmi, di prendermi gioco di me stesso consapevolmente (come se fosse possibile) e di costruirmi da zero un nuovo modo di pensare (perché cosa siamo noi se non pure pensiero e la considerazione che abbiamo del nostro io interiore?). Il risultato è che ora in qualunque ambiente io mi trovi, qualunque scelta io mi trovi ad affrontare, qualunque situazione mi si pari davanti, il mio modo di agire è finto, falso ed è, per concludere, sempre il risultato di una decisione finto-istintiva, subordinata a quella che mi piace identificare come una magnifica cattedrale di bugie autoimposte, sorretta da solidissime fondamenta che poggiano su quello che forse un tempo ero Io e che ora è “nulla”…ecco come mi immagino: come cattedrale, una gigantesca cattedrale, realizzata dal miglior architetto del mondo, la mia immaginazione, che soddisfa tutte le possibilità (materiali di costruzione, stili architettonici, decorazioni, stucchi, ecc), ma che galleggia, come sospesa, in uno spazio infinitamente vuoto, orbitando intorno ai numerosi villaggi-persone che le capita di incontrare sul proprio cammino, magari decidendo ogni tanto se diventare o meno la cattedrale di qualcuno di quei regni, ma senza offrire nulla di più che la sua presenza aleatoria ed inutile…
…questo io sono, e nulla più.
Penso che questo viaggio alla ricerca di me stesso in qualche modo possa avermi aiutato: capire di essere così è un primo passo verso…verso cosa? L’ennesima bugia o finalmente la verità? Questo non lo so, ma ho capito che nel profondo la mia più grande paura ormai è solo questa domanda:
Come posso riconoscermi?...
…alla quale subito ne è legata una seconda:
E se tutto questo viaggio interiore in realtà non fosse solo che un altro tentativo di inventarmi?
Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime..
Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
La violenza da sempre condiziona la nostra esistenza. Nel corso de secoli abbiamo imparato a riconoscerla e a classificarla sempre in modi diversi a seconda delle sua natura è delle sue modalità di intervento, eppure non siamo mai riusciti ad esorcizzare l'attrazione che proviamo nei suoi confronti. Ogni nostro approccio alla violenza, che sia di denuncia, morboso, di intrattenimento, sadico magari, o di controllata indifferenza è uno dei tentativi di comprenderla., di capirne la natura, di affrontarla. Eppure rimane per noi un mistero sempre troppo sfuggevole, un enigma irrisolvibile. Come sabbia cerchiamo di stringerla tra la mani e di modellarla, ma lei scivola via tra le fessure delle dita e quello che resta sono pochi granelli e la consapevolezza di averla ancora una volta avvicinata e perduta.
Un'esistenza che vuole essere vissuta al massimo finisce sempre per farci scontrare con le difficoltà maggiori. Sono i nostri stessi desideri di riscatto, di rivincita nei confronti di una vita che solo ci spinge lontano, nel buio, la fonte delle amarezze maggiori. Siamo scemi, dobbiamo esserlo di certo per non riuscire a capire che se le difficoltà non vengano affrontate non si va da nessuna parte...ma questo purtroppo non riusciamo a capirlo. La nostra risposta è sempre passiva. Ci limitiamo ad osservare dai comodi sedili dalla platea la nostra esistenza, che sempre più banalmente viene portata in scena sul nostro palco, il "nostro" non il "loro". E ci stiamo pure male! Ci offendiamo nel vederci ritrarre e impersonare da quegli attori cani, che della nostra vita non sanno niente e che pretendono pure di insegnarcela. Eppure stiamo lì come dei piccoli borghesucci, ad osservare. Ci accontentiamo di sopravvivere intellettualmente grazie ad una cultura che ci viene propinata dall'alto, quasi centellinata, e noi ce la facciamo bastare, siamo diventati bravi in questo. Ormai non riusciamo a renderci conto che abbiamo perso il contatto. Che quelle che noi consideriamo conquiste ci sono in realtà già state suggerite subdolamente dai grandi sistemi. Che allocchi! Il nostro pensiero critico non è stato distrutto, ma peggio, è stato ristrutturato, da cima a fondo. Abbiamo fatto grosse scorpacciate di indifferenza, di svogliatezza, di fiducia mal riposta e...e ora siamo qui, e siamo pure incazzati. Quello che vediamo di noi stessi non possiamo più sopportarlo e la prima reazione, la più spontanea, è quella del rigetto, del rifiuto. "Se non mi piaccio sarò diverso, cambierò!". Questo diventa il nostro motto, la nostra nuova scommessa di vita, e ancora una volta puntiamo sul cavallo sbagliato. Errare è umano e noi dimostriamo sempre più di esserlo, umani. Dobbiamo invece riappropriarci di noi stessi, del nostro pensiero, e per farlo non possiamo più dare retta a nessuno, perchè nessuno è più dalla nostra parte...non conviene. E' necesserio smettere di investire sugli altri e iniziare finalmente a preoccuparci di noi. Non sarà facile. Smettiamo di criticare il sistema perchè è tale, ma penetriamoci a fondo, completamente, con tutto noi stessi. Comprendiamolo e facciamolo nostro. Questa è la vera lotta. Il nemico va conosciuto prima di essere afforontato, e il nemico in questo momento siamo noi. Noi siamo il risultato della manipolazione e una volta istruiti siamo noi ad autocensurarci; ma, se siamo il cancro, per la prima volta siamo anche la cura. Impariamo a catalizzare la nostra frustrazione, la rabbia, l'odio e rendiamole nostre armi, non per lasciarci andare alle piccole sfuriate facilmente etichettabili come i soliti problemi causati dalle solite persone. Impariamo a controllare il nostro potere e a definire al massimo i nostri obbiettivi, ma per fare questo ci vorrà tempo e la ragione dovrà rimanere sempre desta e in allerta per rispondere ad armi pari ai continui attacchi che subiamo. Non commettiamo l'errore di lasciarci andare, chè in queste situazioni sarebbe la vera sconfitta: non dettata dall'avversario, ma causata dalla perdita dei nostri ideali.
Ripprapriamoci del nostro palco, non accontentiamoci di essere gli attori di noi stessi (che già sarebbe un bel passo avanti) ma diventiamo registi e sceneggiatori della nostra vita. Impariamo a fondo il copione e interveniamo con le giuste modifiche su di esso.
Smettiamo di accontentarci di una narrazione senza finale, ma cominciamo a idearne milioni!
E' strano! A sole due pubblicazioni, già ho ricevuto simpatie e frasi di sostegno per il blog, per altro da parte di due belle ragazze, che dovrei ringraziare. O forse no? In fondo, a causa loro ora mi trovo costretto, in un certo senso, a dare appunto un senso a questo blog, poichè gli incoraggiamenti sono arrivati, è vero, ma sono stati accompagnati da espressioni del tipo "però non ha senso quel che dici, va bene divagare, ma devi dare un motivo al lettore per seguirti, per leggerti...". Hanno ragione, ma più di ammettere di scrivere solo per le molteplici sensazioni che lo scrivere mi regala, non so proprio che fare, e poi una divagazione che contenga un senso non sarebbe degna di chiamarsi tale per il semplice motivo che non sarebbe una divagazione: sarebbe qualcosa con un senso! Una sensogazione! La piega che questo post ha preso mi impone allora di riflettere e di definire questo termine tanto ridondante nello scritto: Senso. Cos'è un senso? Un senso, per chiunque abbia la patante, è appunto una direzione. Una linea tracciata da seguire. Un modo, una caratteristica che permette di ricomporre i pezzi di un puzzle. Una facoltà che permette di percepire, recepire, elaborare e se necessario rielaborare degli stimoli. Insomma qualcosa di fico, no? E' davvero un peccato che proprio qualcosa di così affascinante e fico, come un senso, non si possa trovare in queste mie pagine. La cosa mi potrebbe pure fare arrabbiare. Diventa pertanto necessario strabilire che tipo di senso debba permeare il mio modo di scrivere e di divagare. Consideriamo che il senso "vista" (non so in che posizione si collochi nella classifica dei 5 più famosi), al momento della lettura debba esserci per forza. Magari i miei post necessitano di un senso "orario", prendendo una particalare direzione, oppure di uno "antiorario", !artla'nu enodnednerP Magari quello che manca è un senso "logico" secondo cui ad ogni affermazione corrisponde un pesce che cammina su un filo. A me sembra ci sia tutto, come pure c'è tutto quello "linguistico": rispetto tutti i diversi piani linguistici di cui il linguaggio umano si compone: fonetico, morfologico, sintattico e semantico. Ma un attimo, fermi tutti! "Semantico"? Qui c'è un problema evidente, in quanto, se rispetto le regole semantiche e quindi quelle del significato, secondo un senso logico, questo post deve, per forza di cose, avere un senso! Procedendo poi in questo senso, allora mi viene da domandarmi: Perché la gente mi accusa di non dare un senso a ciò che scrivo? La divagazione deve avere quindi un senso, un senso che è suo e suo soltanto. Perché se un vagabondo nel suo vagabondare, segue determinate vie compie determinate scelte; scelte che non lo condurranno in nessun luogo, ma che di certo lo accompagnano nel viaggo. Viaggio che, in mancanza di una destinazione, non ha fine...
Sudore, sali, sete, affaticamento, stanchezza, riposo, rilassamento...un piccolo brain storming di quello che provo pensando a questo post. (Bicchiere di acqua fresca in mano). Dissetato. Breve riflessione: Cos'è che si scrive solitamentei n un blog? Dovrei saperlo di certo, dato che sono redattore anche in un altro blog, PseudoLab, in cui, però, si recensiscono cose. Quel blog, quindi, ha una ragione di estistere, ma questo? Questo, raccoglie semplici vaneggiamenti, che non hanno nessuna pretesa se non quella di rispettare la loro natura. Ora la difficoltà nasce nel decidere di che genere di vaneggiamenti (leggesi seghe mentali n.d.r.) questo blog debba essere vittima. Potrei recensire anche qui, ma perchè fare due volte lo stesso lavoro, se poi consideriamo che già l'altro sito è ben avviato? Forse potrei raccontare di me, della mia vita e dei miei pensieri, ma essendo uno sincero non sarei in grado di inventare nulla di interessante. Perché non improvvisarmi allora scrutatore della realtà e infangare questa società che non lascia spazio ad un povero ventenne di esprirmersi? Niente, vedete? Non sarei in grado di farlo senza risultare banale o smentibile su qualsiasi fronte e considerando che c'è gente più coscienziosa di me, lascio a loro l'arduo compito di fare da vate alla nostra contradditoria generazione. Potrei forse inventare ricette come fa il mio amore sul suo bel blog, ma, a me, sinceramente, cucinare fa un po' schifo. E allora che si fa? Niente! Siamo solo noi due: io scrittore e te lettore, e te viene dato il gravoso compito di giudicare, anche se per una volta forse ti ho anticipato, facendo di me ciò che vuoi. Io esisto in questo spazio sotto forma di parola e non ho nessun potere se non quello di attirarti. Tu invece no, tu sei più forte, e stai in cima alla catena alimentare. Ti chiedo solo di risparmiarmi!